Sono quasi al termine di questo tomo di circa 700 pagine, cosicché mi sento in grado di poter dare il mio personalissimo (e opinabile) giudizio complessivo; purtroppo non mi ha molto soddisfatto come lettura, per vari motivi: anzitutto mi aspettavo molto di più, perché immaginavo questo fosse uno di quei romanzi appassionanti in grado di tenerti incollato alla pagina per ore e ore, mentre invece è pieno zeppo di dialoghi un po’ monotoni. Sia ben chiaro che non c’è niente di male nei dialoghi, se sono ben fatti: il problema è che quelli di questo libro non lo sono affatto, visto che il 40% del tempo viene impiegato dai due protagonisti (Piccolo Flocco e Testa di Pietra) nel dire quanto sono fighi, intelligenti, lesti, bravi, integerrimi, astuti, forti, resistenti, etc… i Bretoni di Batz o di Poulguen. All’inizio può risultare una trovata simpatica e anche abbastanza caratterizzante, ma alla lunga stanca… I personaggi sono delle macchiette, tutti perfettamente e immancabilmente virtuosi, abili, coraggiosi, integerrimi: mai, in settecento pagine, uno di loro tentenna, ha qualche dubbio o semplicemente soffre per qualcosa. Sono piuttosto sempre dietro a ridere, scherzare o a fare goliardate, per non parlare di quant’è ridicolo Testa di Pietra quando si commuove (la commozione dura a malapena una riga e mezzo ed è sempre per motivi assolutamente futili: *Dopo una scazzottata* “Oh, mi sgorga una lacrima nel pensare al non soddisfatto amore fra Mary di Wentwort e il baronetto sir McLellan!” *fine della commozione*).
A rileggere questa mia recensione mi accorgo che fino ad ora sono stato particolarmente cattivo; non tutto è in fin dei conti da buttare: l’ambientazione storica è interessante (siamo ai tempi della conquista dell’indipendenza da parte dei neo-nati Stati Uniti) e se sorvoliamo sui dialoghi “superflui” le avventure di questi corsari sono abbastanza gradevoli, anche se alcune situazioni si ripetono più e più volte in maniera analoga (qualcuno mi spiega perché in questo libro il mare non può mai essere calmo? Cinque volte su sei è in tempesta! Sarà mai possibile?). Tra i tre racconti il primo è il più caruccio (preso singolarmente meriterebbe anche 3 stelline su 4), il secondo consiste sostanzialmente una successione di naufragi (piuttosto insulso l’arrivo dei protagonisti su una nave da carico piena di animali selvatici e senza neanche un uomo a bordo), mentre nel terzo almeno compaiono gli indiani a movimentare la scena.
Questo trittico di avventure, insomma, non mi ha esageratamente sconfinferato… Probabilmente, vista la popolarità di Salgari, i cicli dei Pirati della Malesia o dei Corsari delle Antille meritano qualcosina in più di questo “I corsari delle Bermude” che, a mio parere, non va oltre un 2/4 stretto stretto.
Gli orribili eventi accaduti negli ultimi giorni sono destinati a lasciare un segno profondo nei nostri ricordi. Quanto è avvenuto è così drammatico che non si può far altro se non rimanere attoniti e inebetiti. Non mi dilungherò su questo aspetto perché molto è già stato detto, ma spendo volentieri due parole per dire cosa non mi è piaciuto per nulla in tutto ciò (tralasciando le cose ovvie cioè la catastrofe stessa, che è terribile in sé e per sé).
Non mi è piaciuto il modo col quale i media hanno dato la notizia: provo repulsione nel vedere come alcuni telegiornali si sono ostinati a strumentalizzare il dolore di migliaia di persone con servizi montati “ad arte”. Mi riferisco ai tipici montaggi di uno o due minuti costruiti secondo i criteri della TV del dolore, con la musica commovente in sottofondo e lo speaker che a voce calma e mesta recita, come su un palco, parole messe lì insieme per commuovere (periodi brevi, cadenza come quella dei testi delle canzoni, pseudo-drammaticità, etc…). Non ho avuto il coraggio di vedere cosa possa aver fatto $tudio Aperto, per l’occasione: mi è bastato il melodramma del TG2 e lo schifosissimo e riprovevole comunicato del TG1, subito pronto a bullarsi per “gli ascolti record” (dei quali, peraltro, non frega un c…o a nessuno, se non a quelli del TG1, appunto). Eventi del genere dovrebbero essere trattati sì in maniera approfondita, puntuale e veritiera, ma con una certa sobrietà.
Provo orrore per quelli che hanno fatto o faranno sciacallaggio su quel poco che rimane all’interno delle case crollate e non. Un atto del genere è doppiamente odioso perché viene commesso su chi già sta soffrendo per la perdita dei propri cari e della propria casa. C’è persino chi si è finto sfollato per ricevere ospitalità gratis, approfittando della generosità di chi credeva di aiutarli e sottraendo un posto a chi ne avrebbe davvero avuto bisogno: spero siano stati beccati (a mio parere sarebbe una cosa “simpatica” costringerli a pagare una bella sommetta per la ricostruzione, così, come indennizzo!).
Mi lascia sgomento il comportamento di chi ha provocato il falso allarme a Teramo, scatenando il panico nella città (con conseguente e inutile sgombro dell’Ospedale) e seminando terrore ingiustificato.
Provo fastidio per tutta la “finta solidarietà” che serpeggia su Facebook: non si può far di tutta l’erba un fascio, ma se si vanno a guardare certi gruppi non si può fare a meno di pensare che chi si iscrive lo faccia più per pubblicizzare il proprio cordoglio che per un sincera vicinanza. Chiaramente ci sarà anche chi è sinceramente contrito, ma il dubbio è che – per i più – l’attenzione alla tragedia duri poco meno di mezzo secondo, quanto basta per cliccare su “iscriviti a questo gruppo” (dopodiché si passa a fare altro). Se si vuole essere d’aiuto sarebbe meglio fare qualcosa di concreto, anche solo inviare un euro con un SMS. Questo atto, anche se molto modesto, vale da solo più di cento iscrizioni a qualsivoglia gruppo (stranamente persino i gruppi di Facebook vengono accuratamente strutturati per fare del sensazionalismo, un po’ come fa la TV. Mi viene da pensare che più uno strumento diventa di massa e più si deteriori): la vicinanza agli Abruzzesi non meriterebbe forse ben più di un banale e scontato gruppo su FB?
Non capisco poi perché il Papa non possa andarci ora, in Abruzzo, invece che chissà quando. A maggior ragione perché è Pasqua.
Mi fa orrore vedere schiere di politici, anche loro pronti a sciacallare voti in Abruzzo in vista delle Europee. Credo che la vicinanza da parte del mondo politico si possa quantificare prendendo come metro di misura la pubblicità che ne viene fatta : più la visita di un politico viene esaltata e più viene il sospetto che sia una manovra pubblicitaria piuttosto che altro. Al solito, i veri benefattori sono quelli che si muovono con discrezione, perché questo significa che agiscono in maniera disinteressata e sincera (anche per questo trovo assurdi i gruppi di Facebook).
Infine so già che rimarrò dispiaciuto perché a un certo punto… “le telecamere e i microfoni andranno via. Perché tutto sarà stato detto. E allora comincerà una e llunga e penosa lotta quotidiana, la prova più dolorosa per le vittime. Dopo il trauma, l’indifferenza della vita quotidiana: ognuno dovrà costruire da solo la sua vita e la sua casa, combattendo con la burocrazia. Con ferite aperte che il tempo non sempre potrà rimarginare. Ma questa sarà una prova personale, qualcosa che non potrà essere raccontato né mostrato. Così le telecamere se ne andranno e a poco a poco altri terremoti invisibili e insospettati provocheranno crepe di altro genere all’interno degli uomini”(*).
(*) Eric Valmir, Radio France, Francia

Copertina del libro
Un saggio senza dubbio evocativo: l’intento è quello di illustrare i 36 stratagemmi, ovvero una “summa” della tattica bellica orientale che, a detta dell’autore, “aiuta a trionfare in ogni campo della vita quotidiana”. Il libro è infatti diviso in 36 capitoli strutturati in: introduzione (che comprende la citazione dello stratagemma nonché un “commento” e una “spiegazione” in versi o in prosa tratti da altre opere della filosofia orientale), commento dell’autore (di circa un paio di pagine, in cui si interpreta lo stratagemma con più dettaglio acciocché il lettore occidentale possa comprenderlo meglio) e un’illustrazione storica (che racconta un episodio bellico della storia della Cina in cui è stato perfettamente applicato lo stratagemma in questione).
Senza dubbio le illustrazioni storiche sono la cosa più intrigante e interessante del libro: vengono raccontate brillantemente, soffermandosi sui risvolti più sottili d’applicazione degli stratagemmi e sul profilo psicologico di condottieri di cui gli occidentali sanno pochissimo se non nulla. Al lettore viene quasi da insospettirsi perché sembrano scene tratte da un film, in cui i piani le strategie funzionano sempre e i “buoni” ineluttabilmente vincono come nelle sceneggiature hollywoodiane.
Una cosa è certa: questi stratagemmi sono una buona occasione per riflettere ma escludo che possano essere applicati in ogni campo della vita quotidiana. Certo, la loro completezza e universalità non è difficile da dimostrare in quanto per ogni stratagemma esiste anche il suo contrario o opposto (secondo la filosofia yin-yang) e quindi viene giocoforza coperta tutta la possibile casistica (con la raccomandazione che sta al saggio applicare lo stratagemma giusto al momento giusto, ma grazie al piffero!!); questo però non significa che gli stratagemmi siano applicabili nella vita di tutti i giorni: in definitiva si tratta di tecniche offensive atte a sbaragliare, confondere, intimorire, ingannare, sconfiggere un nemico e non viene neanche presa in considerazione un’ipotesi di fratellanza, collaborazione e/o amicizia; ok, ok, sono stratagemmi bellici, ma la vita non è mica una guerra continua!! Per il costo non eccessivo (10€) può valere la pena di leggere questo libro.
Per leggere l’elenco dei 36 stratagemmi e farsi un’idea: clicca qua.
“Che cos’è la vita” è un bellissimo libro scritto negli anni ‘40 a partire dalle lezioni che il grande fisico E. Schrödinger ha tenuto al Trinity College (la traduzione è di Mario Ageno, fisico italiano dei quegli anni). Leggerlo fa una strana impressione: al tempo non era ancora stato scoperto il DNA, ma Schrödinger vi allude con frasi che sorprendono per l’intuizione straordinaria che rappresentano. L’intero discorso si snoda attorno all’ipotesi che, all’interno dei cromosomi e dei geni, vi sia un “codice” (!!) formato da una sequenza di elementi isometrici e da una struttura, che l’autore chiama “cristallo aperiodico”, i cui atomi sono talmente numerosi da permettere un numero infinito di combinazioni. Il tutto si intreccia con la teoria dei quanti: tramite essa, Schrödinger vuole dimostrare che questo cristallo è abbastanza “solido” da non essere influenzato dai moti di agitazione termica, cosicché le mutazioni si caratterizzano come un evento sufficientemente raro da non essere patologico (per avere successo, si dice nel testo, le mutazioni non devono essere troppo frequenti, altrimenti il gene mutato non avrebbe tempo per diffondersi e – anzi – si creerebbero dei danni alla specie). A questo punto ci si potrebbe spaventare: quante formule avrà utilizzato Schrödinger per questa sua dimostrazione che incrocia teorie avanzate di fisica e biologia? La risposta è: due di numero, peraltro non “obbligatorie” da afferrare e messe lì solo come complemento. Interessantissimo poi il monito che lancia contro l’esposizione ai raggi X, che sono sufficientemente energetici da alterare il “cristallo” e generare mutazioni in numero sufficiente da essere dannose.
L’ultima parte del libro fa infine notare una cosa affascinante: se l’entropia è un’unità di misura del disordine/omogeneità (o dell’ordine/disomogeneità, se cambiata di segno), gli esseri viventi sono entità a bassissima entropia: cosa c’è di più morto di un inerte blocco di materia in cui la densità, temperatura ed energia si è uniformata in tutti i suoi punti (= massima omogeneità = massima entropia)? Piuttosto, un essere vivo deve tenere ben distinte e ordinate le sue parti, così come il cristallo aperiodico, per poter essere fondamento della vita, deve necessariamente costituire una delle strutture a più bassa entropia dell’intero universo. L’aumento dell’entropia è però un fenomeno inevitabile, al quale i viventi si oppongono nutrendosi di cibo, cioè di entropia negativa.
A chi volesse leggere questo libro dico di perseverare: l’inizio inganna, il meglio viene dopo! Inoltre consiglio di armarsi di matita per poter sottolineare le parti salienti e tornare ogni tanto indietro a rileggerle, cosa obbligatoria per i saggi molto densi, con così tanto da scoprire in così poche pagine.

In corsivo le parole di Baricco su Repubblica. Il resto sono commenti miei.
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“[...] Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall’inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà.
A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti.”
E fin qui siamo d’accordo. D’altronde non ci voleva Baricco per capire che il grado di civiltà e democrazia di un paese è strettamente legato alla diffusione della cultura. Come mai i paesi scandinavi, che sono dotati di strutture scolastiche meravigliose, attrezzatissime e tutte gratuite, compresa l’università, sono sempre in testa nelle classifiche mondiali per sviluppo umano, libertà d’informazione, stabilità economica, trasparenza, efficienza (in una parola: civiltà)?. La Finlandia, per esempio, ha un tasso di alfabetizzazione del 100% ed è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di acquisto di libri e quotidiani pro capite. Nel 1998 la spesa per l’istruzione ammontava al 6,2 % del PIL contro una media del 5,3% degli altri paesi dell’OCSE. Forse è troppo facile far valere questa opinione includendo nel merito i paesi scandinavi, risaputamente ricchi e sviluppati. Quel che volevo far notare è però lo strano parallelismo fra la crescita culturale e la crescita economica di un paese: più si spende in educazione ed istruzione e più la nazione è ricca, civile, sviluppata. L’ho messa apposta sul veniale, ma la questione più profonda è che la cultura rende un popolo felice, coeso, meno chiuso e più tollerante. Un popolo acculturato è più difficile da assoggettare, da intruppare o ingannare.
“Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l’onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia.“
Anche io: la risposta è sì.
“E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell’intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell’ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un’estensione dei privilegi, e un generale incremento dell’accessibilità. […] Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un’élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe.”
Mi pare un po’ facile e sbrigativo rispondere di no a questa questione senza neanche dare un esempio o argomentare. Sì, posso essere d’accordo che la maggiore ricchezza collettiva e l’aumento del tempo libero possano aver sortito l’espansione della cultura di cui parla Baricco. Non sono state però le uniche forze di questo cambiamento; senza denaro pubblico destinato alla cultura possiamo far scendere in campo tutti i soldi privati che vogliamo che difficilmente, penso, potrebbero scaturirne anche produzioni di qualità. Baricco fa l’approssimazione grossolana di non parlare di qualità: sì, c’è stata l’esplosione dei libri, ma di che tipo di libri? Quelli scritti dai comici di Zelig, da Federico Moccia, dagli scrittori di romanzi rosa o la saggistica e la narrativa impegnata? Non sono un bacchettone, credo che i libri per lo svago siano utili e auspicabili quanto lo sono quelli culturali in senso stretto, tuttavia è innegabile che il pubblico di massa si direzioni molto più verso i primi che verso i secondi. L’esplosione è stata lì, non tanto nella saggistica o nei classici; guarda caso, quasi tutta la letteratura d’intrattenimento è letteratura industriale, con tirature a quattro, cinque o sei zeri. Francamente, tuttavia, dubito che un romanzo di Dan Brown, una canzone di Biagio Antonacci o un film di Neri Parenti contribuiscano ad arricchire il bagaglio culturale della cittadinanza; è arte di consumo, che – ripeto – va benissimo ed è necessaria, ma che non raggiunge gli obbiettivi che Baricco con tanto candore delinea all’inizio della sua provocazione.
[…]i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l’intervento pubblico è massiccio, l’esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all’opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l’indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare.
Se il teatro non è tanto seguito non è colpa dell’uso di soldi pubblici. I soldi privati sono forse più fertili di quelli pubblici nell’allestimento de la “Figlia del reggimento” di Donizetti? La risposta è no. Non puoi mica mettere uno spot pubblicitario fra un atto e un altro, come avviene in qualunque TV, pubblica o privata (oh, guarda caso la TV è esplosa in questi ultimi decenni, come dice Baricco).
Il fatto è che manca un’adeguata formazione preliminare da parte della scuola: se si insegnasse la musica classica o la storia del teatro in maniera minimamente consistente allora probabilmente il pubblico sarebbe più culturalmente attrezzato per poter andare ad assistere ai relativi spettacoli (e pagare il biglietto, contribuendo all’allestimento dello spettacolo stesso). Non puoi chiedere a un bambino di 2° media di leggere Dante e di capirlo al volo; allo stesso modo l’opera lirica, così come qualsiasi concerto di musica da camera, è uno spettacolo complesso che richiede un certo grado di consapevolezza e preparazione. Se manca, la gente non va a sentirla. Scopriamo l’acqua calda: le produzioni di qualità non sono accessibili a tutti. “Se è arte non è per tutti, se è per tutti non è arte”, diceva Schoenberg. Un privato finanzierebbe qualcosa di elitario? No, preferirebbe buttarsi su uno spettacolo dei Fichi d’India. I Fichi d’India sono cultura? No. Sono intrattenimento. Ripeto: VA BENISSIMO. Ma non è sufficiente.
[…] Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l’emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.
Casomai non si parlerà di televisione, ma di scuola sì. La scuola è cultura e va finanziata coi soldi pubblici. A meno di non voler spendere decine di migliaia di euro per far studiare i propri figli (vedi USA).
Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all’impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l’ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi. Il punto è: solo col candore e l’ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l’intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos’era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell’intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.
Offensivo sarà Baricco e le sue trovate populistiche: è ovvio che i soldi pubblici non vengono sempre utilizzati nel miglior modo (anzi!), ma questa non rappresenta una scusante, non è un argomento, non rende più lecito il far inginocchiare la cultura pubblica alle logiche spietate del mercato. Bisognerebbe abbandonare un po’ il clientelarismo, il sistema delle raccomandazioni, l’eccessiva politicizzazione delle scelte e magari assumere persone competenti per – non dico risolvere (che è impossibile) – ma arginare il problema almeno un po’. Nei giornali si legge di sovraintendenti in gamba, in grado di raggiungere il pareggio di bilancio, che vengono rimossi o che si dimettono perché vendono barbaramente tagliati i loro fondi. I privati si sono sostituiti a questi soldi pubblici? No.
Mi resta la certezza che l’accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l’insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).
Se il pubblico non capisce da che parte sta Allevi non è colpa dell’intervento statale, semmai è colpa della non preparazione del pubblico stesso. Chi conosce la musica sa esattamente dove si colloca Allevi: nella musica pop-crossover. Torniamo al discorso della scuola allora?
[…] Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l’unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l’effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell’eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?
Oh non si è mai sicuri di niente, ma forse di una cosa sì: il privato fa qualcosa perché vuole ricavarne un profitto. Se il profitto non c’è, non lo fa. Può finanziare qualcosa a scopo pubblicitario, ma non investirci massicciamente dei soldi per la crescita culturale fine a sé stessa. Finché si tratta di un libro di Gadda, Tolstoj o Dickens i costi sono anche abbastanza contenuti e la cosa potrebbe essere possibile. Ma una produzione costosa? L’allestimento di un museo, la produzione di un film di nicchia? Fellini, se vivesse oggi, potrebbe produrre da solo uno dei suoi film senza l’aiuto di denaro pubblico?
Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?
Ma questo esempio, quello delle televisioni, è il più limpido esempio del danno che potrebbe fare la cessione della cultura ai privati. La TV, per com’è adesso, ha ben poco di culturale, ma per Baricco pare la questione sia diversa, quindi diamo per buona questa ipotesi con la clausola “ammesso ma non concesso”. Mediaset può permettersi di fare qualcosa di minimamente più culturale della Macchina del Tempo su Rete4 o di un film di Spielberg su Italia1? No, perché sennò non prenderebbe abbastanza soldi dalla pubblicità. La RAI potrebbe farlo? Sì, perché vive di soldi pubblici, perché il canone è praticamente obbligatorio da pagare e perché solo la TV di stato potrebbe concedersi il lusso di mettere nei palinsesti un programma culturale fatto come si deve, anche se esso dovesse avere solo il 3% di share. Ma questo non si fa. La colpa è dei soldi pubblici o di chi fa i palinsesti? L’ipotesi giusta è probabilmente la seconda anche questo – come l’esempio della Scandinavia – è facile da dire. Chi può non dirsi d’accordo con l’affermazione: “Bisognerebbe investire meglio i soldi pubblici, con meno sprechi e più cura”? Questo è populismo e Baricco ne dispensa a piene mani. All’affermazione di cui sopra bisognerebbe associare la domanda: “Sì, in che modo?”.
Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì.
Certo che sì! Perché un pubblico poco preparato dalla scuola, poco abituato a programmi di qualità, si riversa in massa sui programmi della TV commerciale, ed è fisiologico che sia così visto che tali programmi sono per costruzione scelti al fine di ottenere gli ascolti più alti possibili. E creano il bisogno di altri programmi di stessa leva culturale (bassa). Accresce questo la consapevolezza e la cultura della cittadinanza?
[…]
Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l’ulcera di tanti.
1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione – dove sarebbe per tutti – esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel.
Sulla scuola sono d’accordissimo: fossi io il Presidente del Consiglio darei più soldi alle scuole pubbliche (non private), assicurandomi però prima che andassero in buone mani perché, certo, il merito prima di tutto. Questo è ovvio? Questo è populismo? Forse, ma intanto – anche se sarebbe la cosa migliore da fare – non la si sta facendo, quindi forse così populistico non è. Lo so anche io che bisognerebbe costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati (anche qui non bisogna essere Baricco per capirlo). La stronzata stupidaggine madornale di Baricco è quella di dire: “cancelliamo parte della cultura privandola dei soldi pubblici e investiamola nella scuola”, mentre sarebbe stato più opportuno invertire l’ordine delle cose e dire “investiamo di più nella scuola, così il pubblico diventa più preparato per poter contribuire al finanziamento di opere culturali e affiancarsi al denaro pubblico”. Allora dopo il teatro sublime non sarebbe “fighetto” (cit.) e Benigni non sembrerebbe un eroe. Allora una trasmissione sui libri avrebbe forse un pelo di successo in più e non si andrebbe in perdita a finanziare un concerto di musica da camera, perché ci sarebbe chi lo va a sentire pagando il biglietto. La cultura arricchirebbe e genererebbe profitti, innescando un circolo virtuoso meraviglioso. Come in Finlandia.
Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo.
NO!! Il mercato segue le leggi del mercato, non le leggi della democrazia o la necessità di fare cultura. Il mercato segue i soldi! Al mercato non importa nulla di aumentare la cultura, esso piuttosto si occupa di produrre qualcosa che sia appetibile al maggior numero di persone possibile, ma la cultura – per come siamo messi – non è la cosa più appetibile per le masse. Andrebbe prima resa più accattivante, interessante e fruibile dalla scuola. Pubblica.
Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno.
Se il soggetto di questa frase fosse “Il denaro pubblico”, allora sarei d’accordissimo. Lo stesso Baricco dice in queste righe “che il mercato non vuole formare un pubblico consapevole, colto e moderno”. Quindi si contraddice. Fantastico.
E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto,
Ci sto.
e poi davanti alla televisione.
Ma questo si potrebbe fare già, senza uccidere il teatro! Lo paghiamo o no, questo cavolo di canone? Contribuisce o no, questo dannatissimo canone, a rendere minimamente indipendenti dai dettami dell’Auditel? Uno spettacolo culturale non richiede una marea di soldi: se ne farebbero a centinaia coi soli soldi destinati a Sanremo. La radio, che costa infinitamente meno della TV (sia per la fruizione che per la produzione), è piena di programmi culturali, a tutte le ore. La TV potrebbe fare lo stesso con tutti i soldi che le diamo ma non lo fa, quindi perché finanziarla ulteriormente se non c’è la volontà di alfabetizzare, come dice Mr. B? Le cose migliori sono dalle 2 alle 4 di notte, bisognerebbe semplicemente spostarle di qualche ora, ma questo non si fa. Quindi, piuttosto, concentriamoci solo sulla scuola, che è molto più slegata dagli interessi commerciali quanto può esserlo un palinsesto televisivo con tutti i suoi spot e controspot. Questo, magari, genera l’effetto di rendere più appetibile una trasmissione sui libri; ma questo successo televisivo è la conseguenza, non la causa (come invece sostiene Baricco).
[…]
2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell’informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l’inferno è un’altra cosa.
Stampare dei libri è diverso che allestire uno spettacolo. Le cifre in ballo sono profondamente differenti. Adelphi potrà sopravvivere grazie ai suoi lettori, ma il Balletto della Scala non potrebbe sopravvivere solo coi soldi del pubblico, a meno di non voler tempestare i costumi di sponsor come si fa con le divise dei calciatori. Io, personalmente, sento la mancanza di un privato che faccia cultura in ambito audiovisivo, vedi spettacoli, etc…; non lo fa il pubblico (la RAI, politicizzata e gestita da incompetenti), figurati se lo farebbe un privato senza fartelo pagare a caro prezzo. Sky Classica esiste, è valida, bella e tutto quanto. Ma costa.
E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante?
No, non lo sarebbe se i privati accettassero di fare veramente anche cultura. Altrimenti Mondadori e Benetton finanzierebbero solo i comici di Zelig, loro sì che fan far soldi.
[…]Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.
Come non essere d’accordo? Populismo. Nuovamente la domanda è: in che modo? Ma poi, giunti fin qui, non si è ancora capito se Baricco vuole che si utilizzino questi soldi pubblici oppure no.
Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un’utopia, ma l’utopia è nella nostra testa: non c’è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.
Forse c’è: dentro la testa di Baricco.
Teorie attualissime… Quest’uomo era anni avanti.
Ieri ero in sala prove, intento a dare una mano al Sacro Compito di far prendere una sana boccata d’aria all’archivio delle parti musicali: l’idea era quella di ordinare le cartelle alfabeticamente e per titolo, nonché di riportare i dati di ciascun brano in una sobria ma funzionale tabella Excel (1). Sono quindi andato nell’ufficio, dove era presente un computer antidiluviano con schermo 13” incurvatissimo che mi ha guardato stanco e con un’incerta immagine sfarfallante non appena ho premuto il pulsante d’accensione. Subito mi saluta una ventola un po’ indispettita (“Aaaaagggghhnnnnnnnnnnnn…..”, come lo sbadiglio di un orso che si risveglia dal ritardo) e, dopo qualche secondo di dormiveglia, ecco comparire lo splash-screen di Windows 95 (quello con tutte le nuvole, tanto per intenderci). Per la cronaca sono passati quasi 14 anni da quando è stato rilasciato tale sistema operativo e infatti, terminato il caricamento, la vecchia ferraglia mi chiede con grande stupore di confermargli la data 20/12/2009 (“Sono ancora vivo!?”). Dopo questo primo momento di stupore e disorientamento, il PC mi mostra il desktop: c’è il tasto start in basso a sinistra, l’orario in basso a destra, poi fanno bella mostra Gestione Risorse, il Cestino, Internet Explorer, le solite finestre con i tre tastini in alto a destra (riduci a icona, ridimensiona, chiudi) e il menu appena sotto. Giusto per curiosità do una rapida occhiata anche nel Pannello di controllo e noto che anche lì tutto è simile ai più attuali XP e Vista; infine entro in Sistema e metto a nudo il povero PC che, con un po’ di imbarazzo, mi confessa di essere un Pentium con 24 Mb di RAM.
Insomma, dal punto di vista dell’interfaccia e dell’aspetto in tutti questi anni non è cambiato un granché… Anzi! Non nego che tutto ciò che sta “sotto il cofano”, sia l’hardware che il sistema Windows, si è molto evoluto; diciamo piuttosto che a questi mutamenti sotterranei non sono corrisposti altrettanti cambiamenti nell’aspetto esteriore. Se escludiamo l’uso di internet, in cinque minuti scarsi d’accensione l’unica cosa che mi è parsa davvero diversa rispetto a XP è stata la procedura di shutdown: il PC non si spegne da solo, ma bisogna premere il bottone quando lo “comanda” la solita schermata con le nuvole. Sogni d’oro vecchia ferraglia!
Credo che, dei libri di Vonnegut letti fin’ora, questo sia uno dei più complessi. Non si fraintenda quest’affermazione: lo stile è semplicissimo, diretto e scarno (niente periodi lunghi o complicati, niente parole difficili, il testo si segue con incredibile leggerezza e a volte è anche incredibilmente divertente), mentre la complessità (enorme) è sotterranea, dentro il testo, nascosta sotto l’ironia e il disincanto che pervade ogni pagina. C’è probabilmente più succo in questo libricino di neanche 200 pagine che in un intero trattato di sociologia.
Essenzialmente questo è un libro sulla stupidità del genere umano (stupidità che viene fatta coincidere con la sua violenza [1]), nonché sulle incongruenze della religione e della società, sui limiti e le ragioni della scienza, sui giochi del destino e su mille altre cose. Quasi tutta la vicenda ruota attorno a due elementi: il fantomatico ghiaccio-nove, pericolosissima sostanza creata in laboratorio (messa a contatto con l’acqua, la trasforma immediatamente in ghiaccio, innescando una pericolosa reazione a catena in grado di annientare il pianeta: non a caso il creatore di questa sostanza è, in questa storia, lo stesso scienziato creatore della bomba atomica) e l’altrettanto fantomatica quanto assurda religione chiamata “Bokononismo”, i cui precetti sono negati dal suo stesso profeta (Bokonon) [2].
Il messaggio principale è quello di cui ho parlato poco fa, cioè l’incapacità dell’uomo di imparare dai suoi errori, ma sono sicuro che ce ne siano mille altri, persi per strada durante la lettura.
In sintesi: un bellissimo libro, ma bisogna leggerlo con attenzione, senza fermarsi al primo strato, ma andando più a fondo.
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[1] [...] “Pertanto, se dobbiamo porgere i nostri sinceri omaggi ai cento bambini caduti di San Lorenzo, penso che faremmo meglio a farlo impiegando questo giorno a disprezzare ciò che li ha uccisi; vale a dire la stupidità e la cattiveria del genere umano. Forse, quando commemoriamo la guerra, dovremmo toglierci i vestiti e dipingerci di blu e camminare per tutto il giorno a quattro zampe grufolando come maiali. Questo sarebbe indubbiamente più appropriato di qualsiasi nobile discorso e sventolio di bandiere e presentat’arm con fucili ben oliati.”
[2] [...] “nella cosmologia bokononista Borasisi, il sole, teneva Pabu, la luna, tra le braccia e sparava che gli avrebbe dato un figlio infuocato. Ma la povera Pabu diede alla luce figli che erano freddi, che non ardevano; e Borasisi li buttò via disgustato. Costoro erano i pianeti, che ruotavano intorno al loro terribile padre a distanza di sicurezza. Poi anche la povera Pabu fu ripudiata, e andò a vivere con la figlia prediletta, che era la Terra. La Terra era la prediletta di Pabu perché era popolata, e la gente alzava gli occhi su di lei e l’amava e la compativa. E cosa ne pensava Bokonon di quella cosmogonia di sua invenzione? “Panzane!” scriveva. “Un mucchio di panzane!!”