Il grande riassunto

Stavo nuotando in piscina e pensavo.

Ho due genitori (e fin qui…). A loro volta, mamma e papà hanno due genitori a testa; e infatti ho avuto 4 nonni. Possiamo continuare: 8 bisnonni, 16 trisavoli, e così via secondo la legge della potenza di due.

Supponiamo ora che questi gradi di parentela siano separati da un arco temporale lungo 25 anni. Una volta i primi figli si facevano molto presto rispetto ad oggi, ma possiamo anche supporre di non essere i discendenti di soli primogeniti, quindi diamo per buona una distanza venticinquennale fra generazioni adiacenti.

Accendiamo la nostra macchina del tempo.

Ho

2^4 = 16

parenti risalenti a 100 anni fa,

2^{8} = 256

progenitori di due secoli fa,

2^{12} = 4096

antenati vissuti 300 anni addietro. Nel 1500 questo numero sale ad un milione.
Possiamo continuare: dal termine del primo millennio fino ad oggi si contano 1.099.511.627.776 combinazioni a generarmi.
E dall’anno zero?

2^{80} = 1,2 \cdot 10^{24}

E rotti. Ovviamente non sono mai esistite così tante persone sulla faccia della Terra: bisognerà considerare che tutti i miei progenitori avranno avuto anche loro antenati in comune, alla vicina o alla lontana. Ne consegue che praticamente tutti i rami dell’albero genealogico ad un certo punto si dipanano per poi riunirsi qualche centinaio d’anni dopo e che sono perciò relativamente “pochi” i nodi dell’albero ma paurosamente tanti i rami che li collegano, cioè le modalità con le quali è possibile riunire i nodi stessi (gli esseri realmente vissuti). Se si sgrossa quel numeraccio poco sopra rimuovendo tutte le combinazioni miste (un numero incalcolabile di progenitori che una miriade di volte vengono contati più volte) il risultato crolla paurosamente ed è molto meno assurdo. Certamente ci saranno delle imperfezioni e delle approssimazioni devastanti a intorbidire il mio ragionamento (qualcuno me le segnali!), ma è indubbio che il numero di intrecci sia astronomico.

I nostri geni sono il frutto di un mescolamento sterminato. Ognuno dei 6 miliardi di individui sulla faccia della Terra è l’attuale summa di una sterminata massa umana, vissuta nelle più svariate epoche e nelle più remote regioni del mondo. Possiamo, senza esagerare, affermare che ognuno di noi è un possibile – e soprattutto attendibile – riassunto dell’intera umanità.

Per prima cosa ho pensato: wow!

E poi, dopo un paio di vasche (il “wow” è durato minimo un minuto): sarebbe davvero bello conoscere l’esistenza di ciascuna di queste persone. Tra le nostre radici ci sono sicuramente grandi uomini, umili contadini, dame di corte, guerrieri, assassini, prostitute, intellettuali, marinai, inventori, banchieri, strozzini, usurai, artisti, schiavi, re. Quante storie interessanti abbiamo perso per sempre.

E infine ho pensato: qualcuno ha mai detto questa cosa ai leghisti?

Il dramma del cambio di binario

Stazione di Faenza, 26 ottobre, ore 15,13.

*Si annuncia che il treno 2129 delle 15:15, proveniente da Piacenza e diretto a Ancona, arriverà al binario 6 invece che al binario 5*

(Cinque minuti dopo…)

*Il treno regionale 2129 delle 15:15, proveniente da Piacenza e diretto a Ancona, è in arrivo al binario 5*

(Un tizio malcilento al binario 6 improvvisamente sbotta e prende a urlare)

“Ma porca puttana! Vacca maiala di quella troia schifosa maledetta! Prima i cinque, poi il sei, poi il cinque, ma porca troia maledetta decidetevi! E fate le cose per bene, sono stanco di essere preso per il culo! Puttana di quella puttana*, sempre essere preso in giro da degli stronzi schifosi, e il cinque e il sei, poi il cinque e poi si cambia ancora, puttana di quella…

(Il tizio, per cambiare binario, ha ormai sceso le scale del sottopassaggio e per qualche secondo non si sente più. Poi riemerge.)

… culo di merda, ma stronzi schifosi, si potrà mai lavorare così? Capostazione di merda! Impara a fare le cose per bene invece di sparare stronzate con il tuo megafono. Che schifo, porca di quella lurida. *pausa* Puttana!

*Treno in transito al binario 3. Allontanarsi dalla linea gialla.*

TE E LA TUA LINEA DI MERDA! Sono stufo di essere preso per il culo, vacca di quella puttana di una stazione di merda, sempre a prendermi per il culo! Ma andate a fare in culo!”

(Pensate voi se mai gli avessero soppresso il treno: sarebbe stato necessario un esorcista!)

*Presumibilmente nel primo caso “puttana” è un aggettivo, nel secondo un sostativo. Che poesia, eh?

Energumeno 2.0

Qualche giorno fa percorrevo un itinerario ricorrente, una strada extraurbana con lunghi rettilinei interrotta solo saltuariamente da qualche rotonda. A quell’ora fortunatamente non vi era molto traffico e la carreggiata era libera nel raggio di 200 metri, cosa che rendeva piacevolissimo il guidare. Ad un tratto, grazie allo specchietto retrovisore, mi accorgo di un SUV (guarda caso!) in rapido avvicinamento verso di me: appena si accorge della mia velocità, nettamente inferiore della sua, è costretto a frenare e posiziona il suo muso a un metro dal mio paraurti posteriore, deciso a mantenersi appiccicato ad esso. Sempre dallo specchietto, mi accorgo che – con stizza – il SUVvaro si mettere a battere le mani, come potrebbe fare un altezzoso signorotto ottocentesco per chiamare il servo, a dire: “Su, accelera!” (per la cronaca ero giusto un paio di km/h sopra il limite, quindi non è che stessi andando a razzo, ma manco a lumaca). Indifferente, senza batter ciglio se non per scuotere la testa, sorrido e continuo la mia percorrenza come se nulla fosse. Il nostro visibilmente stizzito signorotto, dopo aver elargito altri due o tre battiti di mani, si mette quindi a suonare il clacson, prima a intermittenza, poi con insistenza; desideroso di levarmi dalle scatole tale prepotente di turno mi metto perciò un po’ a destra, rallentando leggermente così da agevolargli il sorpasso e liberarmi di lui. La strada è nel frattempo ancora completamente deserta, larga e dotata di striscia tratteggiata (qual migliore scenografia per un inquinante sorpasso?), e tuttavia lui si ostina a stare a un metro dal mio posteriore, a percuotere le mani sul volante e a suonare sempre più innervosito. A quel punto la mia curiosità è troppa e decido di metterlo alla prova: tolgo il piede dall’acceleratore e mi metto a frenare “a motore”, decrementando la velocità di 20 km/h. Solo allora, arrabbiato e amareggiato, il SUVvaro mi supera roboante, strombazzando come un matto e guardandomi torvo e scuro in volto.

Un prepotente qualunque si sarebbe accontentato di superarmi, ma questo no: lui, pur potendomi superare in scioltezza, pretendeva che anche io andassi alla sua velocità (forse per sfruttare la scia, visto che la sua macchina consuma come un’acciaieria) e senza mollare la presa mi esortava – con fare pedagogico? – alla velocità. Allora ho pensato: “Fantastico, questa è l’evoluzione dell’energumeno”.

È la versione 2.0.

Per la cronaca (1): ho re-incontrato il nostro eroe 3-4 kilometri dopo, in fila come tutti gli altri dietro a un ingombrante trattore.

Per la cronaca (2): con una dose di cattiveria della quale io stesso mi sono stupito, ho pensato che forse un giorno quel grazioso battere di mani gli servirà per chiamare la badante che si prenderà cura di lui dopo quello spiacevole incidente automobilistico. (Brrr! Sono stronzetto eh?)

L’umanità di Facebook

Come ormai tutti saprete, Facebook è diventato un fenomeno di massa, cosicché possiamo riscontrare al suo interno macro-categorie in grado di racchiudere i caratteri dell’umanità più varia. Dopo poco meno di un anno di frequentazione, mi sono divertito a delinearne alcune, di seguito elencate in ordine assolutamente sparso: voi in quale vi ritrovate? :-)

Sia chiaro che non si vuole offendere nessuno, né fare moralismi, ma solo riderci su: io stesso, infatti, avrei molto di cui fare “pubblica ammenda”! Buona lettura!

L’utente medio

Non appartiene a nessuna delle seguenti categorie o a molte di queste (così da potersi considerare, appunto, “medio”).

Gli innamorati

Andando a vedere le foto in cui sono taggati si può notare che un buon 90% di queste ritraggono bucoliche e incantate immagini di coppia, magari modificate facendo un uso smodato dell’effetto “incandescenza” di Picasa. La stragrande maggioranza degli aggiornamenti di stato sono del tipo:

  • “Amoreeeee, ti amooooooo!”
  • “Oggi sono 4 mesi e mezzo, AUGURI AMORE SEI LA MIA VITA!!!”
  • “La mia vita sarebbe nulla senza di te, amore amore mi manchi :’( Buaahhhh”

La lista dei contatti degli innamorati è spesso accuratamente visionata dal partner, il quale dispone di un super-senso dedicato all’individuazione di possibili ex e nonché di potenziali “minacce”.

I politicanti

Hanno generalmente più di 500 contatti e usano Facebook per propaganda: fanno un uso smodato di note in cui discorrere e confrontarsi riguardo i più scottanti argomenti d’attualità. Sono perennemente sul piede di guerra, in modo da potersi difendere con grande tempestività dai flames ai quali sono inevitabilmente soggetti, usando come fioretto la propria penna (o meglio, la propria tastiera, anche se ignoro come sia possibile menare fendenti con una QWERTY. La Apple forse ci ha già pensato, mi informerò). Sono i maggiori “linkatori” di pagine web presenti nei siti dei quotidiani d’informazione o di video ospitati su YouTube. Alcuni venerano Travaglio come un Dio e alcune leggende, tramandate di generazione in generazione, narrano che codesti figuri organizzino messe nere in cui trafiggono copie di “Libero” e “Il Giornale” con lunghi spilloni arroventati.

I grupparoli

Passano la vita ad iscriversi a gruppi assolutamente inutili e soventemente creati da bimbiminchia (v. categoria), spesso di natura sessista (“Le donne fanno XYZ meglio degli uomini!”, “Gli uomini fanno ZYX meglio delle donne!”, etc…), a volte di natura catastrofista (“2012: la fine del mondo!”) e molto spesso poveri di significato (“Quelli che quando sono tristi… Piangono!”, ovvero “Qll ke qnd sn trst… PNGN!!”).

Gli sbarbatelli – I bimbiminchia

Assolutamente non avvezzi all’uso delle vocali (“Cm stai? Tt bn, thx!”: sarebbero ottimi trascrittori di codici fiscali!), trasferiscono su Facebook l’immensa sapienza linguistica accumulata con anni e anni di intensa scrittura di SMS. Le loro spiccate capacità interlinguistiche si manifestano nell’uso di insoliti caratteri ASCII (♥ ♫, ma soprattutto ♥♥♥♥♥!, che sta per “TI LOVVO!”) e di acronimi (TVTTB, 3MSC, et similia). Si evidenzia la presenza, fra le foto, di decine di immagini glitterate (chissà poi cosa avranno di così straordinario, ’ste immagini sbarluccicose!?) o di scatti fatti in bagno (perché proprio in bagno? Io ho una teoria: perché è l’unica stanza ad avere uno specchio molto grande, cosa che agevola la pratica dell’autoscatto. Risulta infatti oltremodo imbarazzante, nonché politically incorrect, chiedere ai propri genitori di farsi fotografare in abiti succinti per mostrare le proprie fiorenti fattezze). Aumentano sempre di più gli avvistamenti di “bimbiminchia-grupparoli”.

Gli instancabili – I supernerd

Sono quelli che passano la loro vita su Facebook, a tal punto che potrebbero meritarsi una cittadinanza virtuale quale onorificenza per l’assiduità instancabile. Scrivendo sulla loro bacheca si ottiene una risposta dopo circa 30 secondi: se impiegano più tempo, significa che sono andati in bagno, unica attività per la quale vale la pena di distogliere i propri stanchissimi e ormai compromessi occhi dal monitor. Per gli appartenenti a questa categoria l’onta più grave è quella di essere battuti nei punteggi di un qualsiasi gioco della Playfish (Pet Society, il bowling, il minigolf, il ristorante, Geo Challenge): nel caso si verifichi tale eventualità, gli Instancabili si precipiteranno a migliorare il proprio punteggio per ristabilire la legge del più forte. Detengono il record di click su “Mi piace” e di commenti, nonché di album fotografici.

I festaioli – I PR – Tombeur de femmes/des hommes (esiste?)

Partecipano a qualsiasi evento compaia sulla loro bacheca. “Aperitivo a Marina di Ravenna”: partecipa. “Manifestazione contro la vivisezione”: partecipa. “Festa di laurea ALCOLICA @ pizzeria XYZ”: partecipa. “Invasione di S. Marino”: partecipa. “Fine del mondo nel 2012”: partecipa. I loro contatti appartengono per un buon 80% al sesso opposto: i più avvenenti hanno la bacheca stracolma di messaggi di apprezzamento (tutti senza risposta). Spesso gli appartenenti a questa categoria hanno un passato da frequentatori di Badoo (ORRORE!).

I test-oni

Fanno più o meno cinque o sei test al giorno e poi si lamentano di ogni risultato.

  • “Sei introverso e misterioso? Ma non è vero, questo test è fallace!!”
  • “Questi test non ci azzeccano mai!”
  • “Questi test mi fanno schifo!” (e intanto ne fai a iosa!)

Tra di loro, tuttavia, non mancano gli entusiasti:

  • “Sìììììì!! ♥ Sono esattamente questa canzone del LIGA!”
  • “Troverò il mio amore in queste vacanze estive! Ke bello!”
  • “Assolutamente il mio colore preferito è l’indacooooooooo!”

Grande affinità con gli instancabili e gli sbarbatelli.

I saltuari – I misteriosi – I desaparecidos

Entrano su Facebook molto raramente e quando lo fanno postano ermetici messaggi come:

  • [nome] “… e il vuoto cosmico”
  • “Perché è tutto così terribile?”
  • “……”
  • “…..?!”

Oppure rompono il loro ostinato silenzio per annunciare eventi assolutamente straordinari ai quali nessuno – davvero nessuno! – deve permettersi rimanere indifferente:

  • “Domani mi laureo!”
  • “CI SONO ANDATOOOOOOOOOOOOO/A!”

Sulle loro bacheche si trovano spesso messaggi del tipo: “Ehi, ma dove sei finito/a?”, seguiti da centinaia di richieste di amicizia arretrate e accettate tutte d’un botto durante una delle rarissime volte in cui si collegano. Alcuni di loro si stufano immediatamente di Facebook (sagge persone) e cancellano l’account dopo due o tre settimane di inattività.

Gli inesperti

Sono alle prime armi e scrivono Facebook IN LETTERE MAIUSCOLE, COSA ASSOLUTAMENTE FASTIDIOSA IN QUANTO EQUIVALE AD URLARE! Spesso i loro messaggi hanno la forma sintattica

  • “che non ne posso più di questo caldo”
  • “che sta strippando”
  • etc…

in quanto gli “inesperti” rispondono alla lettera alla domanda di default propinata da Facebook: “A cosa stai pensando?”. Riempiono i loro album fotografici un’immagine per volta (uno stillicidio) e sono completamente all’oscuro del significato di parole come taggare, pokare, postare: nulla di drammatico, quindi, dato che si vive benissimo anche senza conoscerle. Gli appartenenti a questa categoria vi permangono generalmente per un tempo limitato, per poi venire “promossi” ad un’altra (sempre che questa possa essere considerata una promozione!).

Gli autocompiacenti

Per loro Facebook è una specie di “libretto” in cui andare a segnare tutti i propri risultati. Tipici messaggi:

  • “30 e lode!!!!!!!!!”
  • “30!!!!!!!!!”
  • “E anche quest’esame è andato!!!!”
  • “Sono in pari!” (sottointeso: “E VOI NO!”)

Troviamo tuttavia anche i risultati sportivi:

  • “Grande vittoria per 3-0, ed ora la finale!”

E le performance amorose:

  • [Censored]

———–

Chi non ha peccato scagli la prima pietra!!

L’utente medio

Non appartiene a nessuna delle seguenti categorie o a molte di queste (così da potersi considerare, appunto, “medio”).

Gli innamorati

Andando a vedere le foto in cui sono taggati si può notare che un buon 90% di queste ritraggono bucoliche e incantate immagini di coppia, magari modificate facendo un uso smodato dell’effetto “incandescenza” di Picasa. La stragrande maggioranza degli aggiornamenti di stato sono del tipo:

  • Amoreeeee, ti amooooooo!”

  • Oggi sono 4 mesi e mezzo, AUGURI AMORE SEI LA MIA VITA!!!”

  • La mia vita sarebbe nulla senza di te, amore amore mi manchi :’( Buaahhhh”

La lista dei contatti degli innamorati è spesso accuratamente visionata dal partner, il quale dispone di un super-senso dedicato all’individuazione di possibili ex e nonché di potenziali “minacce”.

I politicanti

Hanno generalmente più di 500 contatti e usano Facebook per propaganda: fanno un uso smodato di note in cui discorrere e confrontarsi riguardo i più scottanti argomenti d’attualità. Sono perennemente sul piede di guerra, in modo da potersi difendere con grande tempestività dai flames ai quali sono inevitabilmente soggetti, usando come fioretto la propria penna (o meglio, la propria tastiera, anche se ignoro come sia possibile menare fendenti con una QWERTY. La Apple forse ci ha già pensato, mi informerò). Sono i maggiori “linkatori” di pagine web presenti nei siti dei quotidiani d’informazione o di video ospitati su YouTube. Alcuni venerano Travaglio come un Dio e alcune leggende raccontano che organizzano messe nere in cui trafiggono copie di “Libero” e “Il giornale” con lunghi spilloni arroventati.

I grupparoli

Passano la vita ad iscriversi a gruppi assolutamente inutili e soventemente creati da bimbiminchia (v. categoria), spesso di natura sessista (“Le donne fanno XYZ meglio degli uomini!”, “Gli uomini fanno ZYX meglio delle donne!”, etc…), a volte di natura catastrofista (“2012: la fine del mondo!”) e molto spesso poveri di significato (“Quelli che quando sono tristi… Piangono!”, ovvero “Qll ke qnd sn trst… PNGN!!”).

Gli sbarbatelli – I bimbiminchia

Assolutamente non avvezzi all’uso delle vocali (“Cm stai? Tt bn, thx!”: sarebbero ottimi trascrittori di codici fiscali!), trasferiscono su Facebook l’immensa sapienza linguistica accumulata con anni e anni di intensa scrittura di SMS. Le loro spiccate capacità interlinguistiche si manifestano nell’uso di insoliti caratteri ASCII (♥ ♫, ma soprattutto ♥♥♥♥♥!, che sta per “TI LOVVO!”) e di acronimi (TVTTB, 3MSC, et similia). Si evidenzia la presenza, fra le foto, di decine di immagini glitterate (chissà poi cosa avranno di così straordinario, ’ste immagini sbarluccicose!?) o di scatti fatti in bagno (perché proprio in bagno? Io ho una teoria: perché è l’unica stanza ad avere uno specchio molto grande, cosa che agevola la pratica dell’autoscatto. Risulta infatti oltremodo imbarazzante, nonché politically incorrect, chiedere ai propri genitori di farsi fotografare in abiti succinti per mostrare le proprie fiorenti fattezze). Aumentano sempre di più gli avvistamenti di “bimbiminchia-grupparoli”.

Gli instancabili – I supernerd

Sono quelli che passano la loro vita su Facebook, a tal punto che potrebbero meritarsi una cittadinanza virtuale quale onorificenza per l’assiduità instancabile. Scrivendo sulla loro bacheca si ottiene una risposta dopo circa 30 secondi: se impiegano più tempo, significa che sono andati in bagno, unica attività per la quale vale la pena di distogliere i propri stanchissimi e ormai compromessi occhi dal monitor. Per gli appartenenti a questa categoria l’onta più grave è quella di essere battuti nei punteggi di un qualsiasi gioco della Playfish (Pet Society, il bowling, il minigolf, il ristorante, Geo Challenge): nel caso si verifichi tale eventualità, gli Instancabili si precipiteranno a migliorare il proprio punteggio per ristabilire la legge del più forte. Detengono il record di click su “Mi piace” e di commenti, nonché di album fotografici.

I festaioli – I PR – Tombeur de femmes

Partecipano a qualsiasi evento compaia sulla loro bacheca. “Aperitivo a Marina di Ravenna”: partecipa. “Manifestazione contro la vivisezione”: partecipa. “Festa di laurea ALCOLICA @ pizzeria XYZ”: partecipa. “Invasione di S. Marino”: partecipa. “Fine del mondo”: partecipa. I loro contatti appartengono per un buon 80% al sesso opposto: i più avvenenti hanno la bacheca stracolma di messaggi di apprezzamento (tutti senza risposta). Spesso gli appartenenti a questa categoria hanno un passato da frequentatori di Badoo (ORRORE!).

I test-oni

Fanno più o meno cinque o sei test al giorno e poi si lamentano di ogni risultato.

  • Sei introverso e misterioso? Ma non è vero, questo test è fallace!!”

  • Questi test non ci azzeccano mai!”

  • Questi test mi fanno schifo!” (e intanto ne fai a iosa!)

Tra di loro, tuttavia, non mancano gli entusiasti:

  • Sìììììì!! ♥ Sono esattamente questa canzone del LIGA!”

  • Troverò il mio amore in queste vacanze estive! Ke bello!”

  • Assolutamente il mio colore preferito è l’indacooooooooo!”

Grande affinità con gli instancabili e gli sbarbatelli.

I saltuari – I misteriosi – I desaparecidos

Entrano su Facebook molto raramente e quando lo fanno postano ermetici messaggi come:

  • [nome] “… e il vuoto cosmico”

  • ……”

  • …..?!”

Oppure rompono il loro ostinato silenzio per annunciare eventi assolutamente straordinari ai quali nessuno, davvero nessuno, deve permettersi rimanere indifferente:

  • Domani mi laureo!”

  • CI SONO ANDATOOOOOOOOOOOOO/A!”

Sulle loro bacheche si trovano spesso messaggi del tipo: “Ehi, ma dove sei finito/a?”, seguiti da centinaia di richieste di amicizia arretrate e accettate tutte d’un botto durante una delle rarissime volte in cui si collegano. Alcuni di loro si stufano immediatamente di Facebook (sagge persone) e cancellano l’account dopo due o tre settimane di inattività.

Gli inesperti

Sono alle prime armi e scrivono Facebook IN LETTERE MAIUSCOLE, COSA ASSOLUTAMENTE FASTIDIOSA IN QUANTO EQUIVALE AD URLARE! Spesso i loro messaggi hanno la forma sintattica

  • che non ne posso più di questo caldo”

  • che sta strippando”

  • etc…

in quanto gli “inesperti” rispondono alla lettera alla domanda di default propinata da Facebook: “A cosa stai pensando?”. Riempiono i loro album fotografici un’immagine per volta (uno stillicidio) e sono completamente all’oscuro del significato di parole come taggare, pokare, postare: nulla di drammatico, quindi, dato che si vive benissimo anche senza conoscerle. Gli appartenenti a questa categoria vi permangono generalmente per un tempo limitato, per poi venire “promossi” ad un’altra.

Gli autocompiacenti

Per loro Facebook è una specie di “libretto” in cui andare a segnare tutti i propri risultati. Tipici messaggi:

  • 30 e lode!!!!!!!!!”

  • 30!!!!!!!!!”

  • E anche quest’esame è andato!!!!”

  • Sono in pari!” (sottointeso: “E VOI NO!”)

Troviamo tuttavia anche i risultati sportivi:

  • Grande vittoria per 3-0, ed ora la finale!”

E le performance amorose:

  • [Censored]

Questo è un…

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Gipi(By Gipi, geniale come sempre)

Il nuovo arrivato

Vignetta tratta da "The Ottawa Citizen"

Vignetta tratta da "The Ottawa Citizen"

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Silly Olympics

Her morning elegance

Baricco, il teatro, la scuola e la tivvù

In corsivo le parole di Baricco su Repubblica. Il resto sono commenti miei.

———————————————————————

“[...] Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall’inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà.

A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti.”

E fin qui siamo d’accordo. D’altronde non ci voleva Baricco per capire che il grado di civiltà e democrazia di un paese è strettamente legato alla diffusione della cultura. Come mai i paesi scandinavi, che sono dotati di strutture scolastiche meravigliose, attrezzatissime e tutte gratuite, compresa l’università, sono sempre in testa nelle classifiche mondiali per sviluppo umano, libertà d’informazione, stabilità economica, trasparenza, efficienza (in una parola: civiltà)?. La Finlandia, per esempio, ha un tasso di alfabetizzazione del 100% ed è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di acquisto di libri e quotidiani pro capite. Nel 1998 la spesa per l’istruzione ammontava al 6,2 % del PIL contro una media del 5,3% degli altri paesi dell’OCSE. Forse è troppo facile far valere questa opinione includendo nel merito i paesi scandinavi, risaputamente ricchi e sviluppati. Quel che volevo far notare è però lo strano parallelismo fra la crescita culturale e la crescita economica di un paese: più si spende in educazione ed istruzione e più la nazione è ricca, civile, sviluppata. L’ho messa apposta sul veniale, ma la questione più profonda è che la cultura rende un popolo felice, coeso, meno chiuso e più tollerante. Un popolo acculturato è più difficile da assoggettare, da intruppare o ingannare.

“Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l’onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia.“

Anche io: la risposta è sì.

“E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell’intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell’ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un’estensione dei privilegi, e un generale incremento dell’accessibilità. […] Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un’élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe.”

Mi pare un po’ facile e sbrigativo rispondere di no a questa questione senza neanche dare un esempio o argomentare. Sì, posso essere d’accordo che la maggiore ricchezza collettiva e l’aumento del tempo libero possano aver sortito l’espansione della cultura di cui parla Baricco. Non sono state però le uniche forze di questo cambiamento; senza denaro pubblico destinato alla cultura possiamo far scendere in campo tutti i soldi privati che vogliamo che difficilmente, penso, potrebbero scaturirne anche produzioni di qualità. Baricco fa l’approssimazione grossolana di non parlare di qualità: sì, c’è stata l’esplosione dei libri, ma di che tipo di libri? Quelli scritti dai comici di Zelig, da Federico Moccia, dagli scrittori di romanzi rosa o la saggistica e la narrativa impegnata? Non sono un bacchettone, credo che i libri per lo svago siano utili e auspicabili quanto lo sono quelli culturali in senso stretto, tuttavia è innegabile che il pubblico di massa si direzioni molto più verso i primi che verso i secondi. L’esplosione è stata lì, non tanto nella saggistica o nei classici; guarda caso, quasi tutta la letteratura d’intrattenimento è letteratura industriale, con tirature a quattro, cinque o sei zeri. Francamente, tuttavia, dubito che un romanzo di Dan Brown, una canzone di Biagio Antonacci o un film di Neri Parenti contribuiscano ad arricchire il bagaglio culturale della cittadinanza; è arte di consumo, che – ripeto – va benissimo ed è necessaria, ma che non raggiunge gli obbiettivi che Baricco con tanto candore delinea all’inizio della sua provocazione.

[…]i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l’intervento pubblico è massiccio, l’esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all’opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l’indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare.

Se il teatro non è tanto seguito non è colpa dell’uso di soldi pubblici. I soldi privati sono forse più fertili di quelli pubblici nell’allestimento de la “Figlia del reggimento” di Donizetti? La risposta è no. Non puoi mica mettere uno spot pubblicitario fra un atto e un altro, come avviene in qualunque TV, pubblica o privata (oh, guarda caso la TV è esplosa in questi ultimi decenni, come dice Baricco).

Il fatto è che manca un’adeguata formazione preliminare da parte della scuola: se si insegnasse la musica classica o la storia del teatro in maniera minimamente consistente allora probabilmente il pubblico sarebbe più culturalmente attrezzato per poter andare ad assistere ai relativi spettacoli (e pagare il biglietto, contribuendo all’allestimento dello spettacolo stesso). Non puoi chiedere a un bambino di 2° media di leggere Dante e di capirlo al volo; allo stesso modo l’opera lirica, così come qualsiasi concerto di musica da camera, è uno spettacolo complesso che richiede un certo grado di consapevolezza e preparazione. Se manca, la gente non va a sentirla. Scopriamo l’acqua calda: le produzioni di qualità non sono accessibili a tutti. “Se è arte non è per tutti, se è per tutti non è arte”, diceva Schoenberg. Un privato finanzierebbe qualcosa di elitario? No, preferirebbe buttarsi su uno spettacolo dei Fichi d’India. I Fichi d’India sono cultura? No. Sono intrattenimento. Ripeto: VA BENISSIMO. Ma non è sufficiente.

[…] Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l’emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.

Casomai non si parlerà di televisione, ma di scuola sì. La scuola è cultura e va finanziata coi soldi pubblici. A meno di non voler spendere decine di migliaia di euro per far studiare i propri figli (vedi USA).

Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all’impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l’ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi. Il punto è: solo col candore e l’ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l’intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos’era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell’intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.

Offensivo sarà Baricco e le sue trovate populistiche: è ovvio che i soldi pubblici non vengono sempre utilizzati nel miglior modo (anzi!), ma questa non rappresenta una scusante, non è un argomento, non rende più lecito il far inginocchiare la cultura pubblica alle logiche spietate del mercato. Bisognerebbe abbandonare un po’ il clientelarismo, il sistema delle raccomandazioni, l’eccessiva politicizzazione delle scelte e magari assumere persone competenti per – non dico risolvere (che è impossibile) – ma arginare il problema almeno un po’. Nei giornali si legge di sovraintendenti in gamba, in grado di raggiungere il pareggio di bilancio, che vengono rimossi o che si dimettono perché vendono barbaramente tagliati i loro fondi. I privati si sono sostituiti a questi soldi pubblici? No.

Mi resta la certezza che l’accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l’insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).

Se il pubblico non capisce da che parte sta Allevi non è colpa dell’intervento statale, semmai è colpa della non preparazione del pubblico stesso. Chi conosce la musica sa esattamente dove si colloca Allevi: nella musica pop-crossover. Torniamo al discorso della scuola allora?

[…] Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l’unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l’effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell’eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?

Oh non si è mai sicuri di niente, ma forse di una cosa sì: il privato fa qualcosa perché vuole ricavarne un profitto. Se il profitto non c’è, non lo fa. Può finanziare qualcosa a scopo pubblicitario, ma non investirci massicciamente dei soldi per la crescita culturale fine a sé stessa. Finché si tratta di un libro di Gadda, Tolstoj o Dickens i costi sono anche abbastanza contenuti e la cosa potrebbe essere possibile. Ma una produzione costosa? L’allestimento di un museo, la produzione di un film di nicchia? Fellini, se vivesse oggi, potrebbe produrre da solo uno dei suoi film senza l’aiuto di denaro pubblico?

Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?

Ma questo esempio, quello delle televisioni, è il più limpido esempio del danno che potrebbe fare la cessione della cultura ai privati. La TV, per com’è adesso, ha ben poco di culturale, ma per Baricco pare la questione sia diversa, quindi diamo per buona questa ipotesi con la clausola “ammesso ma non concesso”. Mediaset può permettersi di fare qualcosa di minimamente più culturale della Macchina del Tempo su Rete4 o di un film di Spielberg su Italia1? No, perché sennò non prenderebbe abbastanza soldi dalla pubblicità. La RAI potrebbe farlo? Sì, perché vive di soldi pubblici, perché il canone è praticamente obbligatorio da pagare e perché solo la TV di stato potrebbe concedersi il lusso di mettere nei palinsesti un programma culturale fatto come si deve, anche se esso dovesse avere solo il 3% di share. Ma questo non si fa. La colpa è dei soldi pubblici o di chi fa i palinsesti? L’ipotesi giusta è probabilmente la seconda anche questo – come l’esempio della Scandinavia – è facile da dire. Chi può non dirsi d’accordo con l’affermazione: “Bisognerebbe investire meglio i soldi pubblici, con meno sprechi e più cura”? Questo è populismo e Baricco ne dispensa a piene mani. All’affermazione di cui sopra bisognerebbe associare la domanda: “Sì, in che modo?”.

Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì.

Certo che sì! Perché un pubblico poco preparato dalla scuola, poco abituato a programmi di qualità, si riversa in massa sui programmi della TV commerciale, ed è fisiologico che sia così visto che tali programmi sono per costruzione scelti al fine di ottenere gli ascolti più alti possibili. E creano il bisogno di altri programmi di stessa leva culturale (bassa). Accresce questo la consapevolezza e la cultura della cittadinanza?

[…]

Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l’ulcera di tanti.

1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione – dove sarebbe per tutti – esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel.

Sulla scuola sono d’accordissimo: fossi io il Presidente del Consiglio darei più soldi alle scuole pubbliche (non private), assicurandomi però prima che andassero in buone mani perché, certo, il merito prima di tutto. Questo è ovvio? Questo è populismo? Forse, ma intanto – anche se sarebbe la cosa migliore da fare – non la si sta facendo, quindi forse così populistico non è. Lo so anche io che bisognerebbe costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati (anche qui non bisogna essere Baricco per capirlo). La stronzata stupidaggine madornale di Baricco è quella di dire: “cancelliamo parte della cultura privandola dei soldi pubblici e investiamola nella scuola”, mentre sarebbe stato più opportuno invertire l’ordine delle cose e dire “investiamo di più nella scuola, così il pubblico diventa più preparato per poter contribuire al finanziamento di opere culturali e affiancarsi al denaro pubblico”. Allora dopo il teatro sublime non sarebbe “fighetto” (cit.) e Benigni non sembrerebbe un eroe. Allora una trasmissione sui libri avrebbe forse un pelo di successo in più e non si andrebbe in perdita a finanziare un concerto di musica da camera, perché ci sarebbe chi lo va a sentire pagando il biglietto. La cultura arricchirebbe e genererebbe profitti, innescando un circolo virtuoso meraviglioso. Come in Finlandia.

Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo.

NO!! Il mercato segue le leggi del mercato, non le leggi della democrazia o la necessità di fare cultura. Il mercato segue i soldi! Al mercato non importa nulla di aumentare la cultura, esso piuttosto si occupa di produrre qualcosa che sia appetibile al maggior numero di persone possibile, ma la cultura – per come siamo messi – non è la cosa più appetibile per le masse. Andrebbe prima resa più accattivante, interessante e fruibile dalla scuola. Pubblica.

Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno.

Se il soggetto di questa frase fosse “Il denaro pubblico”, allora sarei d’accordissimo. Lo stesso Baricco dice in queste righe “che il mercato non vuole formare un pubblico consapevole, colto e moderno”. Quindi si contraddice. Fantastico.

E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto,

Ci sto.

e poi davanti alla televisione.

Ma questo si potrebbe fare già, senza uccidere il teatro! Lo paghiamo o no, questo cavolo di canone? Contribuisce o no, questo dannatissimo canone, a rendere minimamente indipendenti dai dettami dell’Auditel? Uno spettacolo culturale non richiede una marea di soldi: se ne farebbero a centinaia coi soli soldi destinati a Sanremo. La radio, che costa infinitamente meno della TV (sia per la fruizione che per la produzione), è piena di programmi culturali, a tutte le ore. La TV potrebbe fare lo stesso con tutti i soldi che le diamo ma non lo fa, quindi perché finanziarla ulteriormente se non c’è la volontà di alfabetizzare, come dice Mr. B? Le cose migliori sono dalle 2 alle 4 di notte, bisognerebbe semplicemente spostarle di qualche ora, ma questo non si fa. Quindi, piuttosto, concentriamoci solo sulla scuola, che è molto più slegata dagli interessi commerciali quanto può esserlo un palinsesto televisivo con tutti i suoi spot e controspot. Questo, magari, genera l’effetto di rendere più appetibile una trasmissione sui libri; ma questo successo televisivo è la conseguenza, non la causa (come invece sostiene Baricco).

[…]

2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell’informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l’inferno è un’altra cosa.

Stampare dei libri è diverso che allestire uno spettacolo. Le cifre in ballo sono profondamente differenti. Adelphi potrà sopravvivere grazie ai suoi lettori, ma il Balletto della Scala non potrebbe sopravvivere solo coi soldi del pubblico, a meno di non voler tempestare i costumi di sponsor come si fa con le divise dei calciatori. Io, personalmente, sento la mancanza di un privato che faccia cultura in ambito audiovisivo, vedi spettacoli, etc…; non lo fa il pubblico (la RAI, politicizzata e gestita da incompetenti), figurati se lo farebbe un privato senza fartelo pagare a caro prezzo. Sky Classica esiste, è valida, bella e tutto quanto. Ma costa.

E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante?

No, non lo sarebbe se i privati accettassero di fare veramente anche cultura. Altrimenti Mondadori e Benetton finanzierebbero solo i comici di Zelig, loro sì che fan far soldi.

[…]Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.

Come non essere d’accordo? Populismo. Nuovamente la domanda è: in che modo? Ma poi, giunti fin qui, non si è ancora capito se Baricco vuole che si utilizzino questi soldi pubblici oppure no.

Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un’utopia, ma l’utopia è nella nostra testa: non c’è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.

Forse c’è: dentro la testa di Baricco.

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