In corsivo le parole di Baricco su Repubblica. Il resto sono commenti miei.
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“[...] Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall’inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà.
A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti.”
E fin qui siamo d’accordo. D’altronde non ci voleva Baricco per capire che il grado di civiltà e democrazia di un paese è strettamente legato alla diffusione della cultura. Come mai i paesi scandinavi, che sono dotati di strutture scolastiche meravigliose, attrezzatissime e tutte gratuite, compresa l’università, sono sempre in testa nelle classifiche mondiali per sviluppo umano, libertà d’informazione, stabilità economica, trasparenza, efficienza (in una parola: civiltà)?. La Finlandia, per esempio, ha un tasso di alfabetizzazione del 100% ed è uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di acquisto di libri e quotidiani pro capite. Nel 1998 la spesa per l’istruzione ammontava al 6,2 % del PIL contro una media del 5,3% degli altri paesi dell’OCSE. Forse è troppo facile far valere questa opinione includendo nel merito i paesi scandinavi, risaputamente ricchi e sviluppati. Quel che volevo far notare è però lo strano parallelismo fra la crescita culturale e la crescita economica di un paese: più si spende in educazione ed istruzione e più la nazione è ricca, civile, sviluppata. L’ho messa apposta sul veniale, ma la questione più profonda è che la cultura rende un popolo felice, coeso, meno chiuso e più tollerante. Un popolo acculturato è più difficile da assoggettare, da intruppare o ingannare.
“Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l’onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia.“
Anche io: la risposta è sì.
“E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell’intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell’ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un’estensione dei privilegi, e un generale incremento dell’accessibilità. […] Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un’élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe.”
Mi pare un po’ facile e sbrigativo rispondere di no a questa questione senza neanche dare un esempio o argomentare. Sì, posso essere d’accordo che la maggiore ricchezza collettiva e l’aumento del tempo libero possano aver sortito l’espansione della cultura di cui parla Baricco. Non sono state però le uniche forze di questo cambiamento; senza denaro pubblico destinato alla cultura possiamo far scendere in campo tutti i soldi privati che vogliamo che difficilmente, penso, potrebbero scaturirne anche produzioni di qualità. Baricco fa l’approssimazione grossolana di non parlare di qualità: sì, c’è stata l’esplosione dei libri, ma di che tipo di libri? Quelli scritti dai comici di Zelig, da Federico Moccia, dagli scrittori di romanzi rosa o la saggistica e la narrativa impegnata? Non sono un bacchettone, credo che i libri per lo svago siano utili e auspicabili quanto lo sono quelli culturali in senso stretto, tuttavia è innegabile che il pubblico di massa si direzioni molto più verso i primi che verso i secondi. L’esplosione è stata lì, non tanto nella saggistica o nei classici; guarda caso, quasi tutta la letteratura d’intrattenimento è letteratura industriale, con tirature a quattro, cinque o sei zeri. Francamente, tuttavia, dubito che un romanzo di Dan Brown, una canzone di Biagio Antonacci o un film di Neri Parenti contribuiscano ad arricchire il bagaglio culturale della cittadinanza; è arte di consumo, che – ripeto – va benissimo ed è necessaria, ma che non raggiunge gli obbiettivi che Baricco con tanto candore delinea all’inizio della sua provocazione.
[…]i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l’intervento pubblico è massiccio, l’esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all’opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l’indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare.
Se il teatro non è tanto seguito non è colpa dell’uso di soldi pubblici. I soldi privati sono forse più fertili di quelli pubblici nell’allestimento de la “Figlia del reggimento” di Donizetti? La risposta è no. Non puoi mica mettere uno spot pubblicitario fra un atto e un altro, come avviene in qualunque TV, pubblica o privata (oh, guarda caso la TV è esplosa in questi ultimi decenni, come dice Baricco).
Il fatto è che manca un’adeguata formazione preliminare da parte della scuola: se si insegnasse la musica classica o la storia del teatro in maniera minimamente consistente allora probabilmente il pubblico sarebbe più culturalmente attrezzato per poter andare ad assistere ai relativi spettacoli (e pagare il biglietto, contribuendo all’allestimento dello spettacolo stesso). Non puoi chiedere a un bambino di 2° media di leggere Dante e di capirlo al volo; allo stesso modo l’opera lirica, così come qualsiasi concerto di musica da camera, è uno spettacolo complesso che richiede un certo grado di consapevolezza e preparazione. Se manca, la gente non va a sentirla. Scopriamo l’acqua calda: le produzioni di qualità non sono accessibili a tutti. “Se è arte non è per tutti, se è per tutti non è arte”, diceva Schoenberg. Un privato finanzierebbe qualcosa di elitario? No, preferirebbe buttarsi su uno spettacolo dei Fichi d’India. I Fichi d’India sono cultura? No. Sono intrattenimento. Ripeto: VA BENISSIMO. Ma non è sufficiente.
[…] Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l’emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.
Casomai non si parlerà di televisione, ma di scuola sì. La scuola è cultura e va finanziata coi soldi pubblici. A meno di non voler spendere decine di migliaia di euro per far studiare i propri figli (vedi USA).
Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all’impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l’ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi. Il punto è: solo col candore e l’ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l’intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos’era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell’intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.
Offensivo sarà Baricco e le sue trovate populistiche: è ovvio che i soldi pubblici non vengono sempre utilizzati nel miglior modo (anzi!), ma questa non rappresenta una scusante, non è un argomento, non rende più lecito il far inginocchiare la cultura pubblica alle logiche spietate del mercato. Bisognerebbe abbandonare un po’ il clientelarismo, il sistema delle raccomandazioni, l’eccessiva politicizzazione delle scelte e magari assumere persone competenti per – non dico risolvere (che è impossibile) – ma arginare il problema almeno un po’. Nei giornali si legge di sovraintendenti in gamba, in grado di raggiungere il pareggio di bilancio, che vengono rimossi o che si dimettono perché vendono barbaramente tagliati i loro fondi. I privati si sono sostituiti a questi soldi pubblici? No.
Mi resta la certezza che l’accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l’insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).
Se il pubblico non capisce da che parte sta Allevi non è colpa dell’intervento statale, semmai è colpa della non preparazione del pubblico stesso. Chi conosce la musica sa esattamente dove si colloca Allevi: nella musica pop-crossover. Torniamo al discorso della scuola allora?
[…] Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l’unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l’effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell’eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?
Oh non si è mai sicuri di niente, ma forse di una cosa sì: il privato fa qualcosa perché vuole ricavarne un profitto. Se il profitto non c’è, non lo fa. Può finanziare qualcosa a scopo pubblicitario, ma non investirci massicciamente dei soldi per la crescita culturale fine a sé stessa. Finché si tratta di un libro di Gadda, Tolstoj o Dickens i costi sono anche abbastanza contenuti e la cosa potrebbe essere possibile. Ma una produzione costosa? L’allestimento di un museo, la produzione di un film di nicchia? Fellini, se vivesse oggi, potrebbe produrre da solo uno dei suoi film senza l’aiuto di denaro pubblico?
Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?
Ma questo esempio, quello delle televisioni, è il più limpido esempio del danno che potrebbe fare la cessione della cultura ai privati. La TV, per com’è adesso, ha ben poco di culturale, ma per Baricco pare la questione sia diversa, quindi diamo per buona questa ipotesi con la clausola “ammesso ma non concesso”. Mediaset può permettersi di fare qualcosa di minimamente più culturale della Macchina del Tempo su Rete4 o di un film di Spielberg su Italia1? No, perché sennò non prenderebbe abbastanza soldi dalla pubblicità. La RAI potrebbe farlo? Sì, perché vive di soldi pubblici, perché il canone è praticamente obbligatorio da pagare e perché solo la TV di stato potrebbe concedersi il lusso di mettere nei palinsesti un programma culturale fatto come si deve, anche se esso dovesse avere solo il 3% di share. Ma questo non si fa. La colpa è dei soldi pubblici o di chi fa i palinsesti? L’ipotesi giusta è probabilmente la seconda anche questo – come l’esempio della Scandinavia – è facile da dire. Chi può non dirsi d’accordo con l’affermazione: “Bisognerebbe investire meglio i soldi pubblici, con meno sprechi e più cura”? Questo è populismo e Baricco ne dispensa a piene mani. All’affermazione di cui sopra bisognerebbe associare la domanda: “Sì, in che modo?”.
Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì.
Certo che sì! Perché un pubblico poco preparato dalla scuola, poco abituato a programmi di qualità, si riversa in massa sui programmi della TV commerciale, ed è fisiologico che sia così visto che tali programmi sono per costruzione scelti al fine di ottenere gli ascolti più alti possibili. E creano il bisogno di altri programmi di stessa leva culturale (bassa). Accresce questo la consapevolezza e la cultura della cittadinanza?
[…]
Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l’ulcera di tanti.
1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione – dove sarebbe per tutti – esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel.
Sulla scuola sono d’accordissimo: fossi io il Presidente del Consiglio darei più soldi alle scuole pubbliche (non private), assicurandomi però prima che andassero in buone mani perché, certo, il merito prima di tutto. Questo è ovvio? Questo è populismo? Forse, ma intanto – anche se sarebbe la cosa migliore da fare – non la si sta facendo, quindi forse così populistico non è. Lo so anche io che bisognerebbe costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati (anche qui non bisogna essere Baricco per capirlo). La stronzata stupidaggine madornale di Baricco è quella di dire: “cancelliamo parte della cultura privandola dei soldi pubblici e investiamola nella scuola”, mentre sarebbe stato più opportuno invertire l’ordine delle cose e dire “investiamo di più nella scuola, così il pubblico diventa più preparato per poter contribuire al finanziamento di opere culturali e affiancarsi al denaro pubblico”. Allora dopo il teatro sublime non sarebbe “fighetto” (cit.) e Benigni non sembrerebbe un eroe. Allora una trasmissione sui libri avrebbe forse un pelo di successo in più e non si andrebbe in perdita a finanziare un concerto di musica da camera, perché ci sarebbe chi lo va a sentire pagando il biglietto. La cultura arricchirebbe e genererebbe profitti, innescando un circolo virtuoso meraviglioso. Come in Finlandia.
Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo.
NO!! Il mercato segue le leggi del mercato, non le leggi della democrazia o la necessità di fare cultura. Il mercato segue i soldi! Al mercato non importa nulla di aumentare la cultura, esso piuttosto si occupa di produrre qualcosa che sia appetibile al maggior numero di persone possibile, ma la cultura – per come siamo messi – non è la cosa più appetibile per le masse. Andrebbe prima resa più accattivante, interessante e fruibile dalla scuola. Pubblica.
Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno.
Se il soggetto di questa frase fosse “Il denaro pubblico”, allora sarei d’accordissimo. Lo stesso Baricco dice in queste righe “che il mercato non vuole formare un pubblico consapevole, colto e moderno”. Quindi si contraddice. Fantastico.
E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto,
Ci sto.
e poi davanti alla televisione.
Ma questo si potrebbe fare già, senza uccidere il teatro! Lo paghiamo o no, questo cavolo di canone? Contribuisce o no, questo dannatissimo canone, a rendere minimamente indipendenti dai dettami dell’Auditel? Uno spettacolo culturale non richiede una marea di soldi: se ne farebbero a centinaia coi soli soldi destinati a Sanremo. La radio, che costa infinitamente meno della TV (sia per la fruizione che per la produzione), è piena di programmi culturali, a tutte le ore. La TV potrebbe fare lo stesso con tutti i soldi che le diamo ma non lo fa, quindi perché finanziarla ulteriormente se non c’è la volontà di alfabetizzare, come dice Mr. B? Le cose migliori sono dalle 2 alle 4 di notte, bisognerebbe semplicemente spostarle di qualche ora, ma questo non si fa. Quindi, piuttosto, concentriamoci solo sulla scuola, che è molto più slegata dagli interessi commerciali quanto può esserlo un palinsesto televisivo con tutti i suoi spot e controspot. Questo, magari, genera l’effetto di rendere più appetibile una trasmissione sui libri; ma questo successo televisivo è la conseguenza, non la causa (come invece sostiene Baricco).
[…]
2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell’informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l’inferno è un’altra cosa.
Stampare dei libri è diverso che allestire uno spettacolo. Le cifre in ballo sono profondamente differenti. Adelphi potrà sopravvivere grazie ai suoi lettori, ma il Balletto della Scala non potrebbe sopravvivere solo coi soldi del pubblico, a meno di non voler tempestare i costumi di sponsor come si fa con le divise dei calciatori. Io, personalmente, sento la mancanza di un privato che faccia cultura in ambito audiovisivo, vedi spettacoli, etc…; non lo fa il pubblico (la RAI, politicizzata e gestita da incompetenti), figurati se lo farebbe un privato senza fartelo pagare a caro prezzo. Sky Classica esiste, è valida, bella e tutto quanto. Ma costa.
E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante?
No, non lo sarebbe se i privati accettassero di fare veramente anche cultura. Altrimenti Mondadori e Benetton finanzierebbero solo i comici di Zelig, loro sì che fan far soldi.
[…]Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.
Come non essere d’accordo? Populismo. Nuovamente la domanda è: in che modo? Ma poi, giunti fin qui, non si è ancora capito se Baricco vuole che si utilizzino questi soldi pubblici oppure no.
Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un’utopia, ma l’utopia è nella nostra testa: non c’è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.
Forse c’è: dentro la testa di Baricco.