Sono quasi al termine di questo tomo di circa 700 pagine, cosicché mi sento in grado di poter dare il mio personalissimo (e opinabile) giudizio complessivo; purtroppo non mi ha molto soddisfatto come lettura, per vari motivi: anzitutto mi aspettavo molto di più, perché immaginavo questo fosse uno di quei romanzi appassionanti in grado di tenerti incollato alla pagina per ore e ore, mentre invece è pieno zeppo di dialoghi un po’ monotoni. Sia ben chiaro che non c’è niente di male nei dialoghi, se sono ben fatti: il problema è che quelli di questo libro non lo sono affatto, visto che il 40% del tempo viene impiegato dai due protagonisti (Piccolo Flocco e Testa di Pietra) nel dire quanto sono fighi, intelligenti, lesti, bravi, integerrimi, astuti, forti, resistenti, etc… i Bretoni di Batz o di Poulguen. All’inizio può risultare una trovata simpatica e anche abbastanza caratterizzante, ma alla lunga stanca… I personaggi sono delle macchiette, tutti perfettamente e immancabilmente virtuosi, abili, coraggiosi, integerrimi: mai, in settecento pagine, uno di loro tentenna, ha qualche dubbio o semplicemente soffre per qualcosa. Sono piuttosto sempre dietro a ridere, scherzare o a fare goliardate, per non parlare di quant’è ridicolo Testa di Pietra quando si commuove (la commozione dura a malapena una riga e mezzo ed è sempre per motivi assolutamente futili: *Dopo una scazzottata* “Oh, mi sgorga una lacrima nel pensare al non soddisfatto amore fra Mary di Wentwort e il baronetto sir McLellan!” *fine della commozione*).
A rileggere questa mia recensione mi accorgo che fino ad ora sono stato particolarmente cattivo; non tutto è in fin dei conti da buttare: l’ambientazione storica è interessante (siamo ai tempi della conquista dell’indipendenza da parte dei neo-nati Stati Uniti) e se sorvoliamo sui dialoghi “superflui” le avventure di questi corsari sono abbastanza gradevoli, anche se alcune situazioni si ripetono più e più volte in maniera analoga (qualcuno mi spiega perché in questo libro il mare non può mai essere calmo? Cinque volte su sei è in tempesta! Sarà mai possibile?). Tra i tre racconti il primo è il più caruccio (preso singolarmente meriterebbe anche 3 stelline su 4), il secondo consiste sostanzialmente una successione di naufragi (piuttosto insulso l’arrivo dei protagonisti su una nave da carico piena di animali selvatici e senza neanche un uomo a bordo), mentre nel terzo almeno compaiono gli indiani a movimentare la scena.
Questo trittico di avventure, insomma, non mi ha esageratamente sconfinferato… Probabilmente, vista la popolarità di Salgari, i cicli dei Pirati della Malesia o dei Corsari delle Antille meritano qualcosina in più di questo “I corsari delle Bermude” che, a mio parere, non va oltre un 2/4 stretto stretto.




Maggio 1, 2009 alle 11:22 am
Come mai l’hai preso in mano? Salgari lo amavo molto da bambino!
Maggio 1, 2009 alle 12:13 pm
L’ho trovato in libreria a 3 euro (edizioni SUPERBUR classici, quelle dalla copertina blu) e ho deciso di prenderlo! Sono i tipici acquisti “d’impulso” che faccio quando entro in libreria e mi secca uscire a mani vuote… Il più delle volte, a lettura ultimata, finisco per esserne comunque soddisfatto… Questa volta, diciamo, mezzo-soddisfatto! :-)