Ghiaccio Nove

Credo che, dei libri di Vonnegut letti fin’ora, questo sia uno dei più complessi. Non si fraintenda quest’affermazione: lo stile è semplicissimo, diretto e scarno (niente periodi lunghi o complicati, niente parole difficili, il testo si segue con incredibile leggerezza e a volte è anche incredibilmente divertente), mentre la complessità (enorme) è sotterranea, dentro il testo, nascosta sotto l’ironia e il disincanto che pervade ogni pagina. C’è probabilmente più succo in questo libricino di neanche 200 pagine che in un intero trattato di sociologia.
Essenzialmente questo è un libro sulla stupidità del genere umano (stupidità che viene fatta coincidere con la sua violenza [1]), nonché sulle incongruenze della religione e della società, sui limiti e le ragioni della scienza, sui giochi del destino e su mille altre cose. Quasi tutta la vicenda ruota attorno a due elementi: il fantomatico ghiaccio-nove, pericolosissima sostanza creata in laboratorio (messa a contatto con l’acqua, la trasforma immediatamente in ghiaccio, innescando una pericolosa reazione a catena in grado di annientare il pianeta: non a caso il creatore di questa sostanza è, in questa storia, lo stesso scienziato creatore della bomba atomica) e l’altrettanto fantomatica quanto assurda religione chiamata “Bokononismo”, i cui precetti sono negati dal suo stesso profeta (Bokonon) [2].
Il messaggio principale è quello di cui ho parlato poco fa, cioè l’incapacità dell’uomo di imparare dai suoi errori, ma sono sicuro che ce ne siano mille altri, persi per strada durante la lettura.
In sintesi: un bellissimo libro, ma bisogna leggerlo con attenzione, senza fermarsi al primo strato, ma andando più a fondo.

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[1] [...] “Pertanto, se dobbiamo porgere i nostri sinceri omaggi ai cento bambini caduti di San Lorenzo, penso che faremmo meglio a farlo impiegando questo giorno a disprezzare ciò che li ha uccisi; vale a dire la stupidità e la cattiveria del genere umano. Forse, quando commemoriamo la guerra, dovremmo toglierci i vestiti e dipingerci di blu e camminare per tutto il giorno a quattro zampe grufolando come maiali. Questo sarebbe indubbiamente più appropriato di qualsiasi nobile discorso e sventolio di bandiere e presentat’arm con fucili ben oliati.”

[2] [...] “nella cosmologia bokononista Borasisi, il sole, teneva Pabu, la luna, tra le braccia e sparava che gli avrebbe dato un figlio infuocato. Ma la povera Pabu diede alla luce figli che erano freddi, che non ardevano; e Borasisi li buttò via disgustato. Costoro erano i pianeti, che ruotavano intorno al loro terribile padre a distanza di sicurezza. Poi anche la povera Pabu fu ripudiata, e andò a vivere con la figlia prediletta, che era la Terra. La Terra era la prediletta di Pabu perché era popolata, e la gente alzava gli occhi su di lei e l’amava e la compativa. E cosa ne pensava Bokonon di quella cosmogonia di sua invenzione? “Panzane!” scriveva. “Un mucchio di panzane!!”

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