Il marinaio perduto

Ieri sera, per provare a conquistare un sonno che non arrivava mai, ho iniziato a leggere L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, di O. Sachs. Bellissimo: un piccolo capolavoro che giaceva nella mia libreria ingiustamente ignorato fino ad oggi. Siccome ho letto poco più di una trentina di pagine, per descrivervi il libro mi aiuterò con la quarta di copertina:

Questo libro, che si presenta come una serie di casi clinici, è un frammento di tali Mille e una notte. Nella maggior parte, questi casi – ma Sacks li chiama anche “storie o fiabe” – fanno parte dell’esperienza dell’autore. Così, un giorno, Sacks si è trovato dinanzi “l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” e “il marinaio perduto”. Si presentavano come persone normali, ma in questi esseri si apriva una voragine invisibile: avevano perduto un pezzo della vita, qualcosa di costitutivo del ’sé’. Il musicista carezza distrattamente i parchimetri credendo che siano teste di bambini. Il marinaio non può neppure essere ipnotizzato perché non ricorda le parole dette dall’ipnotizzatore un attimo prima. Rispetto alla normalità, che è troppo complessa per essere capita, e tende a opacizzarsi nell’esperienza comune, tutti i “deficit” o gli eccessi di funzione, come li chiama la neurologia, sono squarci di luce, improvvisa trasparenza di processi che si tessono nel “telaio incantato” del cervello. Sacks è il mago benefico che le riscatta, e per pura capacità d’identificazione con la sofferenza, con la turba, con la perdita o l’infrenabile sovrabbondanza riesce a ristabilire un contatto, spesso labile, delicatissimo, sempre prezioso per i pazienti e per noi, con mondi remoti e altrimenti muti.

Sono arrivato al racconto del “marinaio perduto”: è la storia di Jimmie J., quarantanovenne “allegro, gentile e cordiale” che a causa di un difetto ad alcune cellule cerebrali causato dall’assunzione reiterata di alcolici, non possiede memoria storica successiva al 1945 (data in cui aveva 19 anni ed era appena entrato in marina come radiotelegrafista). “Il suo problema” scrive l’autore “era, evidentemente, non un’incapacità di registrare cose e fatti nella memoria, ma un’estrema labilità delle tracce mnestiche, suscettibili di essere cancellate nel giro di un minuto. [...] Al tempo stesso, però, le sue facoltà intellettuali e percettive erano intatte, e decisamente di alto livello”. Jimmie è convinto che sia il 1945 e, quando il dottore gli mostra le sue sembianze attempate con uno specchio, le tavole periodiche “moderne” cataloganti anche gli elementi transuranici (non pervenuti nelle tavole antecedenti della fine della guerra e che Jimmy sapeva a memoria), oppure le immagini della Terra vista dalla Luna, si irrigidisce e rimane terrorizzato, credendo che sia tutto uno scherzo e che lo prendano per pazzo. Non solo Jimmie non ricorda nulla di ciò che è successo dopo il ‘45, ma ha le stesse conoscenze, nonché lo stesso spirito di un ragazzo che ha appena finito il liceo (ovvero del suo io di trent’anni prima). “Il disturbo interessa quasi esclusivamente la memoria di avvenimenti recenti; le impressioni recenti paiono svanire più in fretta, mentre quelle del passato più lontano sono ricordate con esattezza, cosicché l’intelligenza del paziente, il suo acume e la sua intraprendenza rimangono in larga misura intatti”. Difatti Jimmie conosce il codice morse a memoria e riesce a risolvere con abilità e audacia qualsiasi rompicapo sia possibile districare in pochi minuti, prima che la memoria perda completamente le tracce di quel che è appena accaduto appena qualche istante prima. Vive la sua vita senza poter fare collegamenti fra presente e passato, senza poter ricordare alcun viso, senza sapere nulla della sua malattia visto che non ha la capacità di ricordare d’essere malato.

“Oso affermare” scriveva Hume “che altro non siamo se non un fascio o un accumulo di sensazioni diverse, che si susseguono con inimmaginabile rapidità, e sono in perpetuo flusso e movimento“. In un certo senso, Jimmie è l’incarnazione della chimera filosofica di Hume: è un uomo senza passato.

Leggendo la sua storia mi è venuto da pensare che la nostra vita non si svolge nel presente bensì nel passato (coi ricordi) e nel futuro (con le speranze): l’adesso, in sé, non conta niente, o quasi niente, e acquisisce valore solo un istante dopo, quando è già diventato passato (l’allora) e viene imprigionato nella nostra mente, pronto per essere evocato assieme a tutte le sensazioni ad esso connesse. Allo stesso tempo, il futuro è la nostra vera bussola, il serbatoio delle nostre aspettative e delle nostre speranze, il motore della nostra giornata, interamente votata a costruirlo. Il passato, da solo, può aver senso: è memoria, è conoscenza, è consapevolezza. Il presente no, è solo transizione, è solo divenire.

Forse dovremmo tenerne più conto: ogni volta che scattiamo una fotografia, che scriviamo una lettera, che ascoltiamo un brano, leggiamo un libro, mangiamo un piatto prelibato, ridiamo, piangiamo, baciamo, stiamo assimilando puro passato, accumulato in attesa di un futuro aspettato o desiderato. I ricordi sono la vera e la sola cosa che abbiamo. Vivere “alla giornata” sarà solo un modo di dire, una semplice perifrasi per indicare uno stile di vita, ma forse è soltanto un’illusione.