L’uranio impoverente

Gran bell’articolo di Vittorio Emiliani, tratto da qui.

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Gli industriali hanno fama di gente pragmatica, che guarda al profitto, certo, ma anche alla realtà che sta dietro ai comizi e agli illusionismi. Stupisce pertanto questa entusiastica adesione di massa al revival berlusconiano del nucleare senza fare i conti con almeno cinque dati di fatto: [...]

I tempi: non ci vogliono meno di 8-10 anni per realizzare e rendere operativa una centrale nucleare, dopo essersi procurate, a caro prezzo, le tecnologie, e quindi la data del 2013 indicata da Claudio Scajola riguarda forse la posa della prima pietra per «un gruppo di centrali».

I siti: tutta l’Italia è o altamente sismica (Sicilia, Calabria, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania, Friuli, l’intera dorsale collinare e montana dell’Appennino, ecc.) o mediamente sismica, cioè soggetta a terremoti, forti o fortissimi. Fanno eccezione la chiostra delle alte vette alpine dove però non mi sembra utile collocare centrali nucleari e la Sardegna che ha una formidabile vocazione turistica. [...]

I costi: è un altro elemento che molti politici trascurano e che gli industriali non possono sottovalutare. Non è un caso se in Europa soltanto la Finlandia sta costruendo una centrale atomica; se negli Stati Uniti non si realizza più un reattore dal lontano 1979 e se, nel mondo più sviluppato, unicamente Francia e Giappone puntano, per scelte ormai vecchie, sul nucleare. Difatti, secondo i dati dell’International Energy Agency, la quota mondiale di energia primaria così prodotta non arriva al 7%. La stessa Francia, decantata come nuclearista, ricava da questa fonte soltanto una parte del proprio fabbisogno energetico e ha superato i costi altissimi di impianto e di gestione mettendoli a carico, totalmente, del bilancio dello Stato che li ricomprende nei programmi militari della «force de frappe». Quanto ai costi dell’energia così prodotta, negli Usa hanno calcolato che una nuova centrale atomica, operante nel 2010, produrrebbe elettricità che costa oltre 6 cents di dollaro per chilowattora, contro i 5 cents di costo di quella da gas, i 5,34 cents dell’elettricità da carbone e i 5,05 di quella derivata dall’eolico ritenuta una fonte costosa e che però, come il solare, non ha fine.

L’uranio: le riserve planetarie di questo minerale stanno calando e si prevede che fra un quarantennio esso sarà praticamente esaurito, come l’oro, il platino e il rame. Quindi l’uranio residuo è destinato a rincarare sempre più, aggiungendo nel tempo costi a costi. Con quale competitività delle centrali così alimentate? È vero che le centrali di terza e poi quarta generazione (queste ultime prevedibili, peraltro, nel 2030) necessiteranno di meno uranio e tuttavia il problema, per un certo numero di anni ancora, rimarrà cruciale. [...]

Le scorie: infine, c’è un problema che tutto il mondo, e l’Italia in particolare, non ha ancora risolto efficacemente, ed è quello dello smaltimento delle scorie. Non sappiamo tuttora dove collocare in sicurezza quelle delle centrali atomiche pionieristiche di tanti decenni fa. Berlusconi e Scajola manderanno stavolta l’esercito a Scanzano Jonico nel Materano per imporre il maxi-deposito sotterraneo di scorie nucleari rifiutato a furor di popolo nel 2003? [ ...]

Insomma, questa del nucleare rischia di essere, ad avviso di molti esperti, una scorciatoia comiziesca, illusoria, ma con un business industriale che certamente fa gola. Il guaio maggiore è un altro: è probabile che essa distolga l’Italia dalla ricerca e dall’utilizzo delle fonti rinnovabili per le quali siamo già in gravissimo ritardo rispetto alla Germania (che vende a tutto il mondo, noi inclusi, quelle tecnologie) e alla Spagna dove abbiamo fatto emigrare il Nobel Carlo Rubbia.