Qualche giorno fa ho avuto il piacere di suonare nel teatrino di un ristorante di campagna molto quotato dalle mie parti. Ci siamo recati là per le prove sulle ore 17, abbiamo acceso le luci e il riscaldamento, montato gli strumenti e disposto le sedie, ma non potevamo immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a poco.
Anzitutto il riscaldamento non aveva mezze misure: quando siamo arrivati si congelava così abbiamo manovrato il termostato col risultato che, nel giro di dieci minuti, sembrava di stare nella sauna (ma non a tutte le “altitudini”: dai 60 cm in su faceva caldo, ma a quote basse i piedi e le caviglie letteralmente congelavano). Se rispegnevi la temperatura tornava sui 5-6 gradi, quindi l’unico modo per avere una temperatura confortevole era quello di accendere e spegnere continuamente il riscaldamento.
Ad un certo punto Fabrizio vuole andare ad avvisare il personale del ristorante sul fatto che ci saremmo recati a mangiare solo dopo il concerto e, per farlo, passa dalla porta principale: nel momento in cui sta per uscire, tuttavia, caccia un urlo di inorridimento misto a sofferenza. Gianpaolo fa lo stesso, passando di lì. “Porca miseria senti che roba!!” dicono, e poi, rivolti a me: “Prova a correre verso la porta e a spingere il maniglione antipanico come se dovessi scappare da un incendio. Mi raccomando corri veloce e poi esci! Non ti fermare!”. Chiaramente non prendo alla lettera queste indicazioni, vado per uscire e una puzza tremenda investe le mie radici: non so descrivervi quell’odore, ma sono certo che quella puzza era di una intensità da me mai sentita prima. Appena fuori dalla porta si era formato un lago di una sostanza putrida e schifosa, tra il giallognolo e il bianco, leggeramente densa e punteggiata da macchie d’olio galleggianti (o, almeno, mi auguro fosse “innocuo” olio e non altro!). All’inizio era semplicemente una pozzanghera, poi, col tempo, attingendo probabilmente dalla fogna nera sottostante, stava diventando un gigantesco lago puzzolente, sempre più esteso e sempre più profondo. Qualche minuto dopo siamo stati costretti a barricarci dentro il teatrino, visto che l’esterno era letteralmente circondato di puzza; non sto scherzando: il nefasto odore, intensissimo e implacabile, si era esteso con una velocità impressionante e aveva cinto la struttura su tutti i lati. Chi usciva era perduto, così abbiamo chiuso tutte le finestre; mi sentivo come in quei film dove disperatamente ci si barrica per difendersi da una presenza aliena che impera tutt’intorno. Ad un certo punto il riscaldamento ha iniziato a portare dentro la puzza, spalmandola bene dal soffitto (dove faceva caldissimo) al pavimento (dove vi era la puzza più tremenda, la puzza fredda, bleah!). La sofferenza è stata lunga e indicibile prima che i nostri nasi potessero anche solo leggermente abituarsi a quell’aroma pestilenziale.
Ad un certo punto sentiamo le pompe mettersi in moto: qualche pazzo (al quale saremo grati per sempre) stava cercando di assorbire la pozza di puzza, ma il tenacissimo odore non se ne andava. Nel frattempo si stava facendo sera e, alla spicciolata, iniziavano ad arrivare gli spettatori. Ad un certo punto vediamo entrare un povero vecchietto bagnato fradicio fino al torace: indovinate un po’ cosa aveva fatto o, meglio, dove era scivolato? Non so come faccia ad essere ancora vivo: vi dico solo che, con le mani leggermente umide di quella sostanza aliena, aveva toccato la maniglia impregnandola irreversibilmente della nauseabonda puzza, dopodiché nessuno ha avuto il coraggio di aprire quella porta se non il povero Gianpaolo, che è dovuto correre in bagno non appena l’ha fatto.
A quel punto mi è venuto in mente un altro episodio, risalente a circa un annetto fa: eravamo in un altro ristorante e si era eccessivamente attivato l’impianto di areazione, col risultato che i bocchettoni ci restituivano aria contaminata dall’odore di chissà quale tubatura.
Qualcuno ci salvi dalla Maledizione della Puzza!